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Zeder



Regia: Pupi Avati

“Un certo Paolo Zeder ha formulato la teoria che esistano dei “terreni K” nei quali i cadaveri vivono un non-tempo, una non-crescita, idealmente un tempo Zero.”

Pupi Avati distilla il Soprannaturale. Una volta a decennio lo imbottiglia per i palati più esigenti poi ritorna a sfornare i suoi film normali come fossero salsicce. Un totale di cinque film, dal 1976 ad oggi.

Venghino signori, venghino! Assaggiate, sentite che bouquet; la vigna è sul Delta del Po, terra buona per La Casa Dalle Finestre Che Ridono. Dove l’aria sale dalle necropoli etrusche di Zeder e dai torrioni polverosi di L’arcano Incantatore. Sentite l’inquietudine della provincia emiliana e il silenzio delle sue campagne assolate? Ora assaporate la nota amara del Mistero, del Nascosto, del Rimosso? C’è un piccolo innesto americano, Il Nascondiglio, ma la Provincia è tale ovunque! Attenzione al retrogusto metallico…come sangue, ma è il prezzo da pagare per esservi avventurati fin qui. Vi avevo avvertito. Un altro calice? Si chiama Il Signor Diavolo.


Questi sono gli ingredienti che il regista usa per confezionare i suoi Gotici: un forestiero che per caso o commissione va in qualche paesino remoto ad indagare su qualche fatto collegato ad eventi passati che è meglio non riaprire, muovendosi tra personaggi grotteschi, false piste o vere depistaggi fino a scoprire verità indigeste.

Zeder è questo: vendemmia d’Orrori padani, annata ’82.

Pupi parte da uno spunto autobiografico: una macchina da scrivere usata in regalo - d’altronde manca ancora un po’ di tempo a Windows – che gli titilla la fantasia.

E’ ciò che succede a Stefano - Gabriele Lavia (che recita meglio qui che altrove, specie quando si auto dirige) che, per il primo anniversario di matrimonio, riceve in dono dalla moglie Alessandra una macchina da scrivere usata. Scorrendo il nastro al suo interno scopre nella matrice la menzione dei terreni K, luoghi che per determinate caratteristiche geologiche, temperature ed altre amenità chimiche consentono ai morti di tornare in vita. Incuriosito – hai visto mai che ci posso sfornare un romanzo? – risale al precedente proprietario, scoprendo che si tratta dello spretato Luigi Costa, che però è morto. 

Gli indizi lo condurranno ad una colonia estiva abbandonata e ad infilarsi in una faccenda più grande di lui, dove qualcuno non gradisce che ci si impicci; si tratta di un' equipe francese che sta conducendo degli esperimenti proprio su quel terreno…


Se la trama vi ricorda il romanzo Pet Sematary  di Stephen King o il suo adattamento cinematografico, avete indovinato. Però il romanzo del Re e film di Avati escono quasi in contemporanea. E’ uno di quei casi in cui le idee sono nell’aria, anzi in questo caso le hanno colte da terra. 

King fa una riflessione sul dolore e il lutto e nel preambolo avverte che “la morte è un mistero, la sepoltura un segreto”. Avati invece rovescia il concetto: la morte è un arcano che può essere spiato e violato come nei reality di oggi. Ma non lamentiamoci se poi non ci piace ciò che vediamo.

La scena che spiega molto bene le righe sopra è quella della resurrezione dello spretato.

La osserviamo da una telecamera collegata al suo feretro. Vediamo il volto cereo di un settantenne, poi piano piano qualcosa cambia con l’ausilio dei monitor, sale della temperatura e il (non) morto apre gli occhi, sorride, ma è un sorriso malevolo che sfocia in una risata rauca e metallica (e senza incisivi, forse questo ce la rende così impressionante) prima di dibattersi per uscire dal sepolcro. 

E’ probabile che per questa scena di sia lo zampino – anzi il baffo – di Maurizio Costanzo, che firma la sceneggiatura assieme ad Avati. Ecco, lui sì che ha davvero trovato il terreno K dove si aggira in un non-tempo, una non-vita: si chiama Canale 5.

Buona visione,


Trailer


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