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Sbatti Il Mostro In Prima Pagina



Regia: Marco Bellocchio

INTRODUZIONE

Esiste un film che più di tutti è riuscito a descrivere la propaganda giornalistica e l’utilizzo delle notizie come scopo per raggiungere altro risultato, completamente diverso dal semplice INFORMARE.
 
"La propaganda deve essere essenzialmente semplice, basata sulla tecnica della ripetizione"

Sto parlando di Sbatti il Mostro in Prima Pagina, film del 1972 di Bellocchio, un film importantissimo per il contenuto e le ripercussioni, anche molto attuali, di quella attitudine alla notizia. 

Siamo nella redazione de Il Giornale (non quello di Montanelli ch nascerà solo qualche anno dopo il film), giornale della destra milanese, quando la morte e lo stupro di una ragazza di 17 anni diventano pretesto politico ed elettorale per la caccia al colpevole; poco importa se lo sia davvero o no . 

Un caso si può montare anche se l assassino, IL MOSTRO, non dovesse essere perfetto. Ma forse lo è, chi può dirlo. 

Siamo nella Milano, nell’Italia, degli anni di piombo e della lotta politica, dove in tempo di elezioni tutto era possibile e lecito. Dove la morte di una ragazza, figlia di un professore, poteva essere il pretesto ideale per la lotta contro la sinistra, per portare voti alla DC. 

Ma non crediate che sia finzione quella che vedete nel film, per quanto possa esserlo la storia in sé di sicuro non lo è il contesto. Da sempre il Mostro, o presunto tale, è sbattuto in prima pagina, sezionato, analizzato. 


Due sono gli episodi reali che mi vengono in mente pensando a Sbatti il Mostro in Prima Pagina

Nel primo siamo negli anni ’20, a Roma, Gino Girolimoni, fotografo, su spinta del partito fascista, viene accusato dello stupro, rapimento e omicidio di alcune bambine. Viene etichettato dalla stampa di regime come il Mostro di Roma; non perché fosse colpevole, anzi esattamente l’opposto, ma perché dopo la psicosi iniziale il partito fascista voleva calmare la popolazione e far intendere che sono il loro partito era in grado di riportare l’ordine. Girolimoni fu davvero sezionato vivo, sbattuto in prima pagina, accusato sulla base di prove false e attraverso le assurde teorie lombrosiane, tanto che ancora oggi il suo nome è sinonimo di pedofilo. 

La seconda storia, forse più famosa ed emblematica, è quella di Pietro Valpreda accusato ,subito dopo la Strage di Piazza Fontana, di essere l’esecutore materiale della strage. Ho ancora nella mente il video di Vespa che in quel 1969, alla tv di Stato dice: "Eccolo è lui, Pietro Valpreda, colui che ha compiuto la strage”



Valpreda più di chiunque è il simbolo di questo modo di fare giornalismo, non il giornalismo che intendiamo oggi, dove ci si limitava solamente a riferire le veline di Governo, e la politica aveva tutti i vantaggi di incolpare un povero ballerino anarchico per la Strage di Piazza Fontana, per sviare le indagini dai veri colpevoli. 

"Io vorrei la sua approvazione su come seguire il caso. Se informare obiettivamente aspettando che la polizia trovi il colpevole oppure saltandoci dentro, contribuendo attivamente. Certo bisognerebbe trovare l’assassino prima delle elezioni."

Ma tutto questo è forse così diverso da quello che accade oggi sui giornali o sulle tv quando si parla di fatti di cronaca nera? Forse il fine è differente, ma il Mostro in prima pagina si finisce sempre, molto prima di essere formalmente accusato, viene processato in diretta e poco importa se poi risulterà innocente e verrà additato per gli anni a venire. 

"Se le mamme italiane vogliono piangere, noi le facciamo piangere" 

Proprio di questo parla il film di Bellocchio, di come l’informazione può essere manipolata, di come un titolo può fare la differenza (e per questo vi lascio in fondo a questa mia introduzione il video di un pezzo importantissimo del film), di come nulla importi della vittima ma di quanto sia più importante il colpevole, uno qualsiasi basta che lo si trovi il più velocemente possibile. L'asservimento della notizia a fini politici che perde così il suo valore inforativo e diventa banalmente cartolina illustrativa della poltica, sbattendo contro coloro che credono nel valore vero dell'informazione e che faranno di tutto per tirare fuori la Verità.

 

La sua importanza profonda è il saper descrivere in modo quasi perfetto il clima politico di quegli anni. Con protagonista, nei panni del capo redattore Bizanti, Gian Maria Volontè: il più grande attore mai esistito nella scena italiana (che nella parte del mezzo fascio mi fa sempre un po’ impressione). 

Vi lascio adesso alla recensione del film, mi sono dilungata abbastanza spero che questa introduzione storica vi aiuti a capire e analizzare meglio il film che spero vediate e che trovate comodamente su Prime Video

Buona visione, 


Estratto video




RECENSIONE

Sbatti il Mostro in Prima Pagina è un altro di quei titoli imprescindibili del cinema italico degli anni ’70, periodo quanto mai produttivo per questo genere di film.

Marco Bellocchio, dopo il grande esordio con I Pugni in Tasca ed il successivo La Cina è Vicina (titolo che a leggerlo di sti tempi fa ancora più paura), si trova in pratica la gran parte del lavoro fatta, visto che inizialmente era tutto pronto per vedere in regia il buon Sergio Donati, salvo poi un ripensamento dell’ultima ora sulle origini del quale non mi pronuncio, visto che probabilmente solo lui saprà come sono andate realmente le cose. Ma ad ogni modo Bellocchio non si tira certo indietro e tira fuori qui uno dei suoi prodotti migliori, che va ad aggiungersi a lavori decisamente più recenti e che lo hanno fatto conoscere maggiormente ad una fetta di pubblico più consistente (mi riferisco in particolare al coraggioso L’Ora di Religione con Sergio Castellitto e a Il Traditore con Pierfrancesco Favino).

Ci troviamo qui in pieni anni ’70, in una Milano resa rovente da un clima politico tutt’altro che tranquillo (roba che Biden-Trump spostatevi proprio), che in un certo senso non può non rimandare ad un altro film di cui ci siamo occupati nei mesi scorsi, quel San Babila Ore 20 che, per i temi trattati al suo interno, offriva molteplici punti di riflessione proprio come Sbatti il Mostro in Prima Pagina.

Il coro “Fascisti carogne, tornate nelle fogne”, che campeggia fin dalle prime battute insieme a “Bandiera Rossa”, è sempre un piacere da ascoltare, mentre meno piacevole appare sicuramente un Ignazio La Russa poco più che ventenne, che sbraita al microfono durante uno dei comizi mostrati nelle prime fasi. Ma non c’è solo questo ovviamente, i riferimenti politici non sono per nulla celati e gli scontri tra fazioni non vengono a mancare.


Tra un coro e uno slogan poi, le scene che ci scorrono dinanzi vengono accompagnate da musiche coinvolgenti, come d’altronde spesso accade nei film di casa nostra dell’epoca, e questa volta portano la firma di Nicola Piovani (al suo secondo lungometraggio), certamente non un compositore qualsiasi e basta leggere il suo curriculum e i premi vinti (tra cui l’Oscar come miglior colonna sonora per La Vita è Bella) per convincersene.

I personaggi sono tratteggiati in maniera convincente e soprattutto realistica, e l’odio che sale immediatamente verso la crew che lavora all’interno de Il Giornale sta a testimoniare come l’obiettivo sia stato centrato. Nonostante ciò però, il redattore capo Giancarlo Bizanti rimane un personaggio a cui non puoi non affezionarti, uno di quelli che restano nella storia, e sicuramente almeno il 92% del merito è di colui che considero uno dei migliori attori che il nostro paese abbia mai prodotto, quel Gian Maria Volontè su cui non vi dirò un bel niente perché se non lo conoscete probabilmente questo non è il sito ideale su cui sollazzarvi, mentre in caso contrario sapete già tutto quello che c’è da sapere. Quello che invece mi piace sottolineare è la presenza di un’eccellente Laura Betti (anche per lei in realtà non servono troppe parole) nei panni dell’eccentrica Rita Zigai, sicuramente uno dei personaggi più interessanti che gravitano attorno all’indagine e al giornale.


Giornale che ovviamente è il fulcro di tutta la faccenda, all’interno della quale ci viene sbattuta in faccia la parte più marcia del mondo del giornalismo, quel mondo che non esita ad augurarsi che “ci vorrebbe una bella strage” e che appare di un’attualità disarmante.

"Ciascuno deve stare al suo posto. La polizia a reprimere, la magistratura a condannare, la stampa a persuadere la gente a pensarla come vogliamo noi..."

In effetti non è la prima volta (e manco sarà l’ultima) che si affrontano queste tematiche, ricordo per esempio il capolavoro L’Asso Nella Manica di Billy Wilder con il grande Kirk Douglas, ma qui si aggiunge il concetto della stampa a servizio della politica con annessi luoghi comuni come l’immigrato calabrese o il voler incastrare il comunista solo perché lì dentro son tutti fasci. E c’è poi la voglia di chiudere subito tutto in fretta perché:

"Il nostro lettore è un uomo onesto, tranquillo, amante dell'ordine. Lavora, produce, crea reddito, ma è anche un uomo stanco e scoglionato..."

Fa molto riflettere a proposito, anche quella perquisizione dove gli sbirri millantano di aver “scoperto un arsenale nel covo dell’assassino”, quando invece si trattava di 2 pistolette sfigate probabilmente di plastica.

Certo, nella fasi centrali è possibile che compaia qualche sbadiglio, e in alcuni frangenti il film tende quasi a diventare una sorta di caricatura di sé stesso, ma son dettagli su cui si passa sopra facilmente, anche in virtù di quel finale eccellente, sebbene decisamente amaro.

Enjoy,


Estratto significativo


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