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Tears of Kali


Regia: Andreas Marschall

RECENSIONE

Dopo aver recentemente parlato prima di German Angst (2015) e poi di Masks (2011), ecco che finalmente riesco a vedere pure questo Tears of Kali, primo lavoro di quell’Andreas Marschall che nei due film sopracitati si è ben distinto. E pure in questo suo esordio non è stato da meno.

La partenza è già di quelle che prendono bene, sia grazie a quella musichetta d’apertura intrigante ad accompagnare gli altrettanto intriganti titoli di testa, sia grazie ad un bel autotaglio delle palpebre che già ti fa capire che siamo sula strada buona.

E la strada è quella che inizia con il preambolo iniziale che ci conduce all’interno di questa specie di setta, tale Gruppo Taylor Eriksson, fedele a pratiche piuttosto estreme che vedremo riproporsi all’interno dei 3 episodi che vanno a comporre questa antologia horror tedesca e che di seguito analizzerò più nel dettaglio.


Cap. 1 - SHAKTI

Una giornalista si reca in un ospedale psichiatrico per intervistare una ragazza che faceva parte del Gruppo Taylor Eriksson e che pare abbia avuto a che fare con la morte di uno dei guru della setta. L’intervista parte come una semplice intervista, ma poi prende una piega un po’ diversa.

Episodio mediamente interessante, che ci regala pure una citazione del film western Keoma con Franco Nero, diretto dal mitico Enzo “Punto” G. Castellari (peccato solo che sia del 1976 anziché del 1989), che però non lascia un ricordo eccezionale, anche a livello di interpretazione dei personaggi (importante in quanto la scena se la prendono per lunga parte loro).

La parte finale offre qualche spunto migliore, ma nel complesso il tutto risulta un po’ confuso e piatto, rendendo questo capitolo il più debole dei 3.

Voto: 6.2



Cap. 2 - DEVI

Robin Borg è un hooligan tossicone che viene mandato in terapia da un curatore particolare, nel senso che guarda caso pure lui faceva parte della famosa setta di cui sopra. La terapia sembra procedere bene, soprattutto quando il terapista prende un po’ troppo alla lettera le volontà dell’uomo, che in più di un’occasione si lascia scappare la frase "I want to get out of my skin!"

L’episodio parte in sordina, con il cauto colloquio tra i 2 che però dà l’impressione di evolvere da un momento verso un livello lievemente più estremo. Il tutto è reso possibile dalla figura del terapista, piuttosto inquietante grazie ad un’interpretazione convincente dell’attore e viene accompagnato da intriganti musiche di stampo industrial che ben si abbinano soprattutto alle fasi di lotta tra i due contendenti.

Se prima parlavo di inizio cauto, lo stesso non si può dire del finale, dove viene riversata tutta la parte violenta e splatterosa, che lascia poco spazio all’immaginazione e dà libero sfogo alla sadicità dello psichiatra curatore. 

Si aspetta molto per pochi secondi, ma ne vale la pena per questo che risulta a mio avviso l’episodio migliore.

Voto: 7.8



Cap. 3 – KALI

Un guaritore si ritrova all’interno del suo gruppo di terapia una donna che sembra essere stata colpita da una strana malattia. Si scoprirà che in passato aveva fatto parte pure lei del famoso Taylor Eriksson e che da quel momento un simpatico demone incacchiato col mondo intero aveva iniziato ad albergare dentro di lei. Il guaritore sembra liberarla dal fardello, ma le cose non andranno per il verso giusto.

Questo è senza dubbio l’episodio più horror dei 3, le sequenze del primo attacco non dispiacciono affatto e il sangue non viene per nulla risparmiato. In alcuni momenti si respira pure una discreta tensione.

Non manca poi un apprezzato citazionismo da parte del regista, dato che in diversi passaggi mi è parso di vedere sia un po’ di Raimi che un po’ di Fulci e ciò non può che essere positivo.

Forse, vista anche la svolta horror con la faccenda del demone, è in questo capitolo che emerge maggiormente l'inesperienza del regista; si notano infatti alcune pecche sul comparto tecnico e forse pure lo scarso budget ha influito, ma il potenziale c’è e già da qui si nota.

Voto: 7


Nel complesso ritengo che questo sia un buon lavoro d’esordio per il regista tedesco, anche se comunque si nota che si tratta di un lavoro di esordio. Ciò nonostante, alcuni dei tratti che vedremo poi meglio sviluppati nei suoi film successivi, cominciano a farsi vedere.

L’antologia scorre bene, grazie al filo conduttore che lega tutti e tre gli episodi e si lascia guardare con piacere.

Giudizio complessivo: 7
Enjoy,





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