Masks


Regia: Andreas Marschall

RECENSIONE

Anziché il remake di Suspiria che, per quanto possa essere bello, non raggiungerà mai il fascino del’original Argentiano (l’ho già detto per caso che odio i remakes? 😃), andatevi a recuperare questo gioiellino teutonico, chiaramente ispirato al suddetto filmone di casa nostra, tanto che ad alcuni potrebbe pure far scappare il termine plagio in certi momenti.

Ma io preferisco inquadrarlo come un tributo (per altro riuscitissimo) al cinema italiano degli anni ’70 e ’80, che utilizza la trama di Suspiria per poi svilupparsi pure in altre direzioni, coinvolgendo lo stile tipico che si incontrava nei capolavori nostrani dell’epoca. Ed in questo senso non stupisce la citazione nei titoli di coda dove il film viene espressamente dedicato a Mario Bava, Dario Argento e Sergio Martino


E la dedica parte appunto dal regista tedesco Andreas Marschall, che ho scoperto solo da poco, attraverso Alraune, il terzo (e tra l’altro il più riuscito) cortometraggio dell’Antologia horror German Angst. Il corto di Marschall aveva stupito per i tratti allucinanti ed allucinogeni che lo avvolgevano, che in alcuni momenti portavano confusione, ma che ben ti accompagnavano nei viaggi del protagonista. Tratti questi che si notano piuttosto evidentemente in questo Masks, secondo lavoro del regista dopo Tears of Kali, il suo esordio che abbreve mi guarderò.

Già la partenza fa male, perché uno spuntone infilato sotto le unghie è sempre un buon modo per far strizzare l’occhio allo spettatore (ma non nel lato amichevole del termine) e se il buongiorno si vede dal mattino possiamo stare tranquilli. Ed infatti le premesse vengono mantenute.

I titoli di testa sono molto interessanti e sono resi ancor più piacevoli da quella musica di accompagnamento che si rivelerà essere poi un’ottima theme song, ripresa nei momenti più clou della storia. 

Storia che ricorda un po’ quella vista in Starry Eyes, dove la giovane attrice protagonista della faccenda, pur di riuscire a far emergere il suo talento ed ottenere attenzioni, si ritroverà coinvolta in qualcosa di dannatamente pericoloso che metterà in pericolo la propria vita. Ed in questo caso il pericolo viene dalla terribile scuola di recitazione che fece propri i metodi del Maestro Matteusz Gdula (no non dovrebbe essere mai esistito, ci ho guardato pure io).


La scelta della “vittima sacrificale” cade sulla bella e brava Susen Ermich, perfetta nel ruolo della smarrita Stella, che però sa mordere quando il momento lo richiede e che forse risulta proprio essere la motivazione principale che la porta ad essere la candidata al ruolo di protagonista all’interno della scuola. Da menzionare a tal proposito quando nell’audizione, dopo che il provino sembrava andato non esattamente benissimo, il tizio le chiede “Qual è il tuo piano b se dovessi fallire con la recitazione?” e lei senza esitazione gli risponde “Farò la puttana così ci rincontreremo”. Se vi capita di trovarvi in una simile situazione, rivendetevi la battuta perché a quanto pare funziona.


Accanto a lei viene allestito un cast davvero ottimo, a partire dalla direttrice della scuola (una Magdalena Ritter in gran forma) e dalla misteriosa Cecile (tale Julita Witt), fino a tutti coloro che compaiono dietro la macchina da presa. Ma non sono tanto i nomi (infatti non ho mai sentito nessuno di loro), né le abilità recitative di ciascuno di essi a colpire più del dovuto (anche se oggettivamente fanno un ottimo lavoro), quanto piuttosto lo spazio che viene dato ad essi, uno spazio dove le interazioni tra i personaggi vengono costruite ad hoc come parte della storia e sulle quali si lavora costantemente nella scuola, per portare gli allievi a togliersi la maschera e raggiungere quel grado di perfezione che fa sì che si crei un’empatia totale nei loro confronti.

Non manca poi una violenza che si traduce in effetti piuttosto espliciti e ben realizzati, con quella spada mietitrice che non dispiace affatto e che si lascia dietro una generosa quantità di sangue innocente. Il comparto tecnico inoltre è di livello alto, con scenografie cupe perfettamente in tema e con le allucinazioni che sembrano essere proprio nella tua testa, come successo nel sopracitato Alraune.


Purtroppo in alcuni momenti un po’ di confusione è quasi inevitabile e penalizza lievemente la buona riuscita del lavoro, ma la parte finale con il paraplegico assetato di sangue e con quell’ultima immagine che ti lascia il dubbio sul come siano andate veramente le cose sistema tutto più che adeguatamente.

Un vero peccato che in Italia film come questi non abbiano lasciato traccia e anzi, molto probabilmente non siano mai arrivati, ma per fortuna ci sono io a consigliarveli.

Giudizio complessivo: 7.8
Enjoy,




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