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La Casa di Jack (The House that Jack Built)


Regia: Lars Von Trier 


Vabbè Lars Von Trier o lo si ama o lo si odia, non lo si può semplicemente apprezzare o piacere a metà, ed i commenti ai suoi film ne sono la conferma. Anche dare una valutazione o un voto ad un suo lavoro risulta difficile, ma anche oggi proverò a farlo.

Si tratta di un regista che definire coraggioso è decisamente riduttivo, è talmente consapevole dei suoi mezzi che a volte cade nel presuntuoso e io stesso, anche se credo di essere tra quelli che lo amano (ma lo dico a bassa voce perché non sai mai come potrebbe reagire ad una affermazione del genere), mi ritrovo in alcuni casi ad odiarlo per la lentezza di alcuni passaggi o per averla fatta fuori dal vaso in altri. Ed è proprio quello che è successo durante la visione del suo ultimo lavoro.

Già, perché dopo Antichrist, Melancholia e Nymphomaniac ecco La Casa di Jack, un vero e proprio elogio dell’arte collegata all’omicidio, che si manifesta attraverso la storia di un semplice ingegnere dall’aspetto nerdofilo, una persona dannatamente comune che poi un giorno si trova a far fuori una donna alquanto molesta e scopre che in fin dei conti ci sballa pesante ad ammazzare come se non ci fosse un domani, sempre alla ricerca della perfezione e costruendo i suoi omicidi come se fossero, appunto, delle opere d’arte.


Il profilo del serial killer tuttavia è ampiamente abusato nel cinema, ma Lars non può tirar fuori qualcosa di banale ed infatti a fine visione ti chiedi come possa aver messo in scena una robba del genere e soprattutto ti chiedi quale altro regista avrebbe potuto prendere un tema apparentemente così banale e creare un qualcosa che alla fine ti lascia a bocca aperta. Ovviamente la risposta alla domanda è “nessun altro”.


Alla riuscita del lavoro ha senza dubbio contribuito un grandissimo Matt Dillon, sulle spalle del quale tutto il film è costruito. Ciò dimostra ancora una volta l’abilità del regista nello spremere al massimo i suoi attori e riuscire a tirarne fuori veramente il meglio (citofonare Charlotte Gainsbourg per esempio) a volte arrivando perfino a terrorizzarli (come accadde al povero Shia LeBeouf in Nimphomaniac). Rivedere poi Uma Thurman fa sempre piacere e mi chiedo se finalmente avrà imparato ad usare il cric dopo questa piacevole esperienza.


Lo dicevo prima, in alcune parti non appare esattamente scorrevole e pure il finale simil Dantesco non mi ha convinto in pieno in quanto forse un po’ improvvisato e sbrigativo nel concludere il tutto. Ma la parte pre conclusiva, dove il titolo del film trova il suo compimento, è qualcosa di eccezionale e poi diciamocelo, se volevo un action spinta al limite non guardavo Von Trier, ma Chicago P.D. (sempre con rispetto parlando si intende, anche perché se Hank Voight, che adoro, mi leggesse, potrebbe spezzarmi i pollici in un nanosecondo).

L’episodio con la pseudo fidanzata Simple è da pazzi, giuro che l’ho rivisto tre volte, e non mi sorprende che a Cannes diverse persone (povere di intelletto evidentemente) abbiano abbandonato il film a metà, letteralmente disgustate. In mezzo a tutto troviamo poi svariate autocitazioni (che in pochi possono permettersi senza cadere nel ridicolo) ed interessanti dettagli macabri come il portafogli fatto con il seno della ragazza (sì proprio così). 

Detto ciò, se siete fans del regista correte a vederlo, visto che pare che uscirà in sala, mentre se siete tra quelli che lo odiano, fuggite a gambe levate.

Giudizio complessivo: 8.7
Enjoy,




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