Midsommar - Il Villaggio Dei Dannati


Regia: Ari Aster

RECENSIONE

Dopo Hereditary, complici pure la gran pubblicità e le immagini dei primi trailer che apparivano in rete, c’era un’attesa gigantesca per questo Midsommar, secondo lavoro del giovane e altamente promettente Ari Aster.

Giusto per rafforzare quanto appena detto poc’anzi, basti ricordare che erano diversi lustri che non mi rinchiudevo all’interno di quelle 4 mura da molti chiamate “cinema” e considerate da me come “il peggior posto dove potersi godere un film”. Ma tant’è a sto giro non potevo aspettare, anche perché l’impressione (poi confermata) che questo sia un film da vedere necessariamente in sala si è fatta da subito forte. Per cui non aspettate e andate pure voi, magari scegliendo orari sballati e sale poco frequentate.


Dopo tutta questa chiosa e dopo i mesi che ci separavano all’uscita si è quindi svelato il grande dubbio che mi/ci attanagliava: Midsommar è un fottutissimo capolavoro???

E, un po’ a malincuore, devo ammettere che la risposta è “No”, non nel senso che sia un brutto film (tutt’altro, sarebbe da pazzi anche solo pensarlo), ma in considerazione di ciò che avevo già detto in Hereditary, e cioè che ad Aster manca di nuovo quel piccolo passo in più che gli avrebbe consentito di uscirsene con due 10/10 facili. In Hereditary era stata la troppa voglia di strafare a livello di incasinamento trama a penalizzarlo lievemente, qui saranno altri fattori che vedremo dopo, se avrete la pazienza di continuare a leggere le mie farneticazioni.

Si parlava di Midsommar quindi come di un gran film, per certi versi strizzante l’occhio a quel The Wicker Man di cui abbiamo parlato pochi giorni orsono e che, nonostante le due ore e mezza di durata (che francamente superano di più di un’ora la durata massima del mio film ideale), sembra terminare subito, facendosi seguire con un interesse per certi versi quasi poco giustificabile, vista l’assenza di ritmi frenetici, jump scares, splatter a profusione, scene adrenaliniche e quant’altro.

A renderlo un qualcosa di quasi unico nel panorama cinematografico di stampo horrorifico è senza dubbio l’ambientazione pazzesca resa ancor più apprezzabile da una fotografia ed un comparto tecnico di caratura notevole, con il perenne sole svedese d’estate a fare da cornice alle vicende di questa allegra combriccola di esaltati che, stufi della monotona routine che affligge la maggior parte della popolazione, pensano bene di movimentare un po’ la faccenda, riscrivendo le fasi vitali dell’essere umano ed organizzando banchetti di dubbio gusto per chi non appare pronto ad assaporare per pranzo gustosi tortini aromatizzati ai peli pubici femminili (giusto così per dirne una eh).


Alcune scene poi sono davvero intriganti, anche se per chi mastica horror da anni in fin dei conti non si tratta di nulla di sconvolgente. Ma è il come Aster ce le sbatte in faccia che ti fa apprezzare quelle poche situazioni di vero orrore presenti all’interno della pellicola, tra cui campeggia un’ottima citazione dell’Aquila di Sangue, strumento di tortura tipicamente appartenente alle culture nordiche e destinata probabilmente ad insolenti ragazzini che manifestano un po’ troppo apertamente la loro disapprovazione nei confronti delle celebrazioni pensate dalla “grande famiglia” per i propri membri.

E qui mi collego ad altro punto cardine del film, soprattutto se confrontato con il precedente lavoro del regista: i personaggi ed il concetto di famiglia. Se in Hereditary infatti troneggiava una maestosa Toni Collette, coadiuvata da un supporting cast di livello altissimo, qui troviamo una bravissima Florence Pugh (lontana comunque dalla prestazione della sua illustre collega sopra citata) a fare da team leader ad un gruppo di colleghi che, pur impegnandosi e rendendosi parte di un gruppo ben omogeneo, non spicca eccessivamente come forse era lecito attendersi. Tra l’altro avrei pagato una bella fetta di stipendio per essere scritturato tra le comparse che si disperano soprattutto nella sequenza finale.


Già il finale. Direi azzeccato nel complesso, anche se non vi è nulla di originale e non troviamo plot twist clamorosi, ma solo quel senso di liberazione dovuto alla sensazione di sentirsi accettata, parte di qualcosa, di una famiglia, bruciando tutti i ponti col passato. Poi chissà se dentro Aster ci ha messo altro che non ho colto, ma anche questo mi è bastato.

Un unico dubbio che mi preme di sollevare è legato ad alcune parti che ho trovato un po’ forzate, tendenti quasi al grottesco non so quanto voluto. Alcuni in sala infatti non hanno gradito molto, lasciandosi a volte scappare un "Ma dai cos'è sta roba qui?". Personalmente credo che la volontà di estremizzare al massimo i comportamenti che fanno di queste sette un pericolo ancor più tangibile di Salvini o della percentuale di fallimento del preservativo, ci sia stata tutta, anche se a volte la sensazione che il regista si sia spinto un pelo (non pubico stavolta) oltre, continua a rigirarmi in testa.


Detto ciò, e qui chiudo perché se no finisce che non se la legge manco il capo redattore del sito (e cioè me medesimo), Midsommar è un gran film, che gli appassionati devono vedere assolutamente. Certo per il capolavoro bisogna aspettare ancora ma, vista la data di nascita e le abilità di Ari Aster, probabilmente non tarderà ad arrivare.

Giudizio complessivo: 8
Enjoy,



Trailer



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