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La Ragazza Del Treno


Regia: Tate Taylor


Tempo fa avevamo trattato per quanto riguarda la sezione Libri, quello che il nostro Jeknik33 aveva definito “Il caso editoriale del 2015” e che rispondeva al nome di La Ragazza Del Treno, brillante romanzo scritto dalla britannica Paula Hawkins, dal quale è stato tratto questo film diretto dal semi esordiente Tate Taylor.

Premetto di non aver letto il libro, quindi ogni paragone risulta impossibile, sia in termini di coinvolgimento che di mantenimento della trama originale e ciò probabilmente finisce col giovare alla valutazione finale di questo lavoro dal momento che, non mi stancherò mai di ripeterlo, devo ancora trovare una trasposizione cinematografica che mi abbia entusiasmato maggiormente della medesima lettura (forse il solo The Martian, riesce ad avvicinarsi). 

Il mio giudizio pertanto vale esclusivamente solo per quello che ho visto, tenendo pure conto che le aspettative non erano elevatissime, quasi che ritengo di essere in un certo senso stato costretto a guardarlo; in fin dei conti però posso affermare che ci troviamo di fronte ad un buon thriller, che scorre via bene senza intoppi e che giustifica queste due ore scarse spese a cercar di capire che fine abbia fatto Laura Palm…ehm no cazz ho sbagliato, volevo dire Megan Hipwell.


Diversi sono i sentimenti che vengono toccati all’interno di questa storia, dall’invidia al’infelicità, passando per la tristezza e la solitudine, fino ad arrivare ad un epilogo prevedibilmente violento, all’interno di un contesto dove, come già avevo avuto occasione di ricordare poco tempo fa in Tyrannosaur, non c’è spazio neppure per un secondo di presobenismo. Emblematico, a tal proposito, quando la nostra Megan ammette di doversi lavare via l’odore della bambina dopo averle fatto da babysitter, con quello sguardo glaciale che di certo non contribuisce a farle guadagnare posizioni nella classifica del “Se qualcuno deve morire speriamo non sia lei”.

Lo stile narrativo non dispiace, anzi l’ho trovato una carta decisamente vincente, con continui flashback che si intrecciano bene tra di loro e non generano confusione nello spettatore, grazie anche alle molte spiegazioni dei fatti rese attraverso il pretesto delle confessioni allo psicoterapeuta. Le ricostruzioni di quanto avvenuto nel complesso tornano, senza particolari colpi di scena impossibili da prevedere, ma pure senza clamorosi buchi di sceneggiatura, fattore decisamente non da poco in un thriller di questo tipo. Cioè in pratica alla fine il regista dispone di 3 pedine e gioca tutto su di loro, muovendole piuttosto bene e riuscendo a creare un piacevole interesse nello scoprire come siano andate realmente le cose, dando di conseguenza origine ad un intrattenimento più che soddisfacente.

I paesaggi tipicamente britannici, per lo più brulli ed avvolti in quella nebbiolina fastidiosa, contribuiscono ad aggiungere malinconia alla vicenda, grazie anche a colori freddi e poco accesi.


L’interpretazione del cast è notevole in quasi tutti i suoi elementi, con menzione particolare per un’ottima Emily Blunt, che si mantiene addosso per tutto il film quell’espressione di sofferenza che la rende costantemente indifesa e allo stesso tempo determinata a riprendere in mano ciò che gli stava lentamente sfuggendo dalle mani.


Qualche forzatura di troppo la si incontra (vedi ad esempio bizzarra scelta di tenersi in borsa il telefono dell’amante con tutte le conversazioni salvate), ma quello che maggiormente dispiace è un tasso di anonimità che alla fine questo lavoro non riesce a scrollarsi definitivamente di dosso.

La sensazione è che, nelle mani di un grosso calibro dietro la macchina da presa, ci sarebbe potuto scappare il filmone anche se, quando c’è da fare i conti con una sceneggiatura già scritta, conosciuta e piaciuta, non è mai facile fare centro.

Giudizio complessivo: 6.8
Enjoy,


Luca Rait



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