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Tyrannosaur


Regia: Paddy Considine


Cazz. che figata!

Sì esatto proprio così, era da un po’ che non mi sbilanciavo, ma qui l’eccitazione è d’obbligo, perché effettivamente ci troviamo di fronte ad un dannatissimo Filmone con la F maiuscola, uno di quelli che te lo porti dentro per un bel po’ e di cui difficilmente ci si potrà mai dimenticare.

Il nome è chiaramente ingannevole, non ci saranno dinosauri in stile Jurassic Park o Area 407 (ecco ve l’ho spoilerato, ma tanto è un film dimmerda non disperate), per cui mi rivolgo a tutti gli inguaribili fan degli animali più belli mai apparsi sulla terra (tra cui ovviamente non posso non mettermi pure io), convincendoli a mettersi il cuore in pace, anche perché comunque probabilmente non resteranno delusi. E poi l’episodio in cui viene svelata l’origine del nomignolo che dà il titolo al film, è l’unico momento in cui fa capolino un barlume di positività e frivolezza che quantomeno offre un minimo di tregua.

Qui infatti ci troviamo di fronte a quello che può essere considerato uno spietato spaccato sulle vite di questi due incredibili personaggi, così diversi, ma nello stesso tempo così vicini nel condividere un tormento interiore che, non si sa bene come, riuscirà ad avvicinarli l’uno all’altra, fino all’ultimo. Emblematiche sono le due scene in cui lei, fervente religiosa, inizia, in uno scatto di rabbia e disperazione, a lanciare oggetti contro un quadro di Gesù, mentre più avanti perfino l’imperturbabile Joseph ammetterà di aver pregato senza manco accorgersene.


È innegabile come il tutto sia giocato proprio su loro due e, come accade in questi frangenti, la prestazione recitativa è quel fattore che può indirizzare la faccenda verso la strada del capolavoro o verso quella del baratro più totale.

Per fortuna Paddy Considine non è un idiota qualsiasi e, dopo aver contribuito all’ottimo Dead Man’s Shoes, azzecca in pieno la scelta del cast, dirigendolo (per la prima volta in carriera per altro), in maniera decisamente convincente.

Peter Mullan è mostruoso, riesce ad entrare all’interno del personaggio senza mollare mai un cazzo di colpo, tanto che anche dopo la fine delle riprese credo avrà avuto diversi problemi con coloro i quali abbiano avuto la brillante idea di infastidirlo. Già da subito quell’espressione da folle si impossessa di lui, rivelando immediatamente che effettivamente qualcosa non va, considerazione confermata pure da quella camminata bizzarra che lo rende in alcuni casi quasi ridicolo (e lo dico piano perché non vorrei finire come quegli sfigati che giocano a biliardo). Ma nel profondo, dietro quella maschera da duro, si nasconde un individuo fragile, che mette in mostra ben presto tutte le sue insicurezze, nascosto dietro i vestiti di quel negozio che, probabilmente, cambierà notevolmente la sua vita.


Olivia Colman dal canto suo non sfigura per niente, anzi riesce a stare perfettamente al passo con Mullan; molto toccante in particolare risulta quella scena in cui abbraccia il marito che implora il suo perdono, ripetendo a denti stretti quella sfilza di “I love you” ed “It’s OK”, che altro non sono che il preludio a ciò che andrà a succedere da lì a poco.


Anche Eddie Marsan, che di fatto va a completare il cast, non se la cava malaccio, confermando così le buone impressioni su di lui che già avevo avuto nell’ottimo La Scomparsa Di Alice Creed.

Per tutto il film si respira poi un’atmosfera malsana, che francamente non offre alcun tipo di speranza, in un vortice di negatività che viene amplificato da quegli intermezzi musicali a base di tristissimi arpeggi di chitarra, che si intrecciano perfettamente all’interno della vicenda e che culminano con quell’ultima immagine di lui che cammina con in sottofondo una We Were Wasted che definire commovente è a dir poco riduttivo.

La violenza è per lo più psicologica, fatta esclusione per le scene che coinvolgono i cani, in cui il regista mostra comunque una certa dose di coraggio, dato che agli amici a quattro zampe difficilmente viene riservato un trattamento simile. Certo è che pur mostrando poco, rispetto a quanto realmente accade, riesce comunque ad infastidire oltre ogni ragionevole previsione e a creare quella sensazione di impotenza mista a disperazione che, anche quando le cose sembrano andare per il meglio, non permette neppure per un secondo di pensare ad un epilogo dove il “tutti vissero felici e contenti” sia il protagonista.

Forse il finale arriva un po’ frettolosamente, ma francamente importa poco, perché dinanzi a simili lavori (troppo poco conosciuti per altro), non resta altro da fare che alzarsi in piedi ed applaudire.

Giudizio complessivo: 9.3
Enjoy,


Luca Rait



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