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Suspiria (2018)


Regia: Luca Guadagnino

RECENSIONE 

Una “semplice”, seppur assolutamente dignitosa, esibizione di tecnica.

Questo è quello che mi è venuto da pensare appena terminata la visione di questo film, visione che ho rimandato per molto tempo e che forse avrei fatto bene a rimandare ancora.

E già, perché il rapporto con questo film è stato problematico sin dal principio (cioè da quando ne è stata annunciata l’uscita), sia per la mia avversione per i remake (o presunti tali), sia perché Suspiria è uno dei miei film preferiti di Dario Argento.

D’accordo mi direte voi (e francamente mi avete stufato con sta storia), non è un remake, è un omaggio al capolavoro argentiano e quindi non va paragonato ad esso, ma potete ripeterlo fino all’infinito che tanto non mi toglierete dalla testa il concetto che se fai un film e lo chiami Suspiria, non puoi evitare un minimo confronto con colui che, tra le altre cose, non solo ha ideato il titolo, ma pure la storia di base, da cui Guadagnino ha preso lo spunto per girare il suo.

Ecco, parliamo di Luca Guadagnino, regista che fino ad oggi non avevo mai considerato, principalmente in quanto appartenente ad un genere che non mi interessa. Ma nel 2018 eccolo tuffarsi nel mondo horror ed eccolo quindi fare la mia conoscenza.

E ricollegandomi alla prima frase, non posso che fare un plauso al regista per la direzione di questo film; la regia è ottima, si vede che Guadagnino ci sa fare (chissà magari prima di crepare mi guarderò pure Melissa P) e ciò si evidenzia principalmente nei sogni (davvero apprezzabili) ed in un paio di scene topiche che non cito per evitare spoiler, ma che tanto sono sotto gli occhi di tutti (ricordo però quella di Susie che balla, mentre nell’altra stanza la povera Olga “subisce” i suoi movimenti, perché l’ho trovata davvero apprezzabile).

Ad aiutare la buona riuscita del prodotto contribuisce sicuramente la buona prova del cast, all’interno di cui brilla senza alcun dubbio la stella di Tilda Swinton, davvero eccezionale in tutte le parti in cui viene chiamata a recitare (pare che tra l’altro Guadagnino le abbia proposto anche di dedicarsi al montaggio, ai costumi e alla pulizia dei cessi, ma che lei abbia rifiutato per mancanza di tempo). Dakota Johnson invece l’ho trovata accettabile, non straordinaria, ma credibile.


Le musiche di Thom Yorke poi, seppur io non sopporti minimamente tale personaggio, le ho trovate gradevoli e non fastidiose come un qualsiasi pezzo dei Radiohead, ma (e qui concedetemi la divagazione) i Goblin sono tutt’altra cosa credetemi.

Leggendo queste prime righe si potrebbe quindi pensare ad un filmone ed invece purtroppo le buone notizie finiscono qui.

Lo svolgimento infatti fatica a coinvolgere lo spettatore e a tenerlo collegato alla visione, in primis per una lunghezza eccessiva (2 ore e mezza per un horror sono troppe, ma giustamente il regista si approcciava per la prima volta al genere e quindi ci sta) ed in secundis per la lentezza mescolata a confusione narrativa che avvolge la pellicola, stimolando gli sbadigli e gli interrogativi via via che si arriva verso la parte conclusiva.

Le ambientazioni spente non catturano come dovrebbero (e qui concedetemi una seconda divagazione, perché quelle argentiane, con quei colori accesi che rendevano unica la scuola, erano state uno dei punti di forza di quel film), la sceneggiatura e la struttura narrativa appaiono insufficienti e trovano il loro sfortunato compimento nei risvolti che riguardano proprio Susie (e chi sia lei veramente); uno sviluppo, oltre che non troppo condivisibile (ma questo è soggettivo), anche gettato lì quasi a casaccio senza troppe giustificazioni o necessari approfondimenti (e questo ahimè è oggettivo).

Il finale poi è la ciliegina sulla torta (in negativo si intende), con quella vena pseudo grottesca che, per come è stato impostato il film, non ci sta proprio. La vecchia che sembra presa direttamente da Slither e le teste che esplodono come se fossimo in uno splatter del grande Noboru Iguchi stonano con tutto il resto e “rovinano” una scena che sarebbe anche piuttosto interessante dal punto di vista estetico.


Ma quello che più delude è la sensazione di “quasi niente” che ti lascia a fine visione e qui mi ricollego ancora alla prima frase, molta tecnica, poca emozione. 

Lo spunto iniziale però era figo, per cui voglio premiare il regista per aver orchestrato tutto ciò…ah no è vero, manco su questo posso appellarmi, ed è un peccato perché la sensazione che sia proprio questa la parte migliore del lavoro di Guadagnino (se visto dimenticandosi del passato) rimane forte.

Nonostante tutto ciò che ho appena elencato non posso però stroncare il film, perché di fatto non è un lavoro pessimo, merita una sufficienza tirata proprio per il lavoro che c’è stato dietro e per quanto di buono ho evidenziato nella prima parte, ma aldilà di questo non posso negare una certa delusione.

Giudizio complessivo: 6-
Enjoy,

Luca Rait

Trailer


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