Imprint - Sulle Tracce del Terrore


Regia: Takashi Miike



RECENSIONE

Giappone, XVII secolo, Christopher (Billy Drago), un giornalista americano, è alla ricerca di una ragazza incontrata in un viaggio precedente, Komomo (Michie Itô), a cui ha promesso una via di fuga dalla schiavitù sessuale a cui è sottoposta. Il caso lo farà incappare in un’altra prostituta, orribilmente sfigurata, amica di Komomo e che gli racconterà la triste fine della sua amata.


Basta il nome di Miike a farci capire con cosa abbiamo a che fare. Un prodotto televisivo folle, violento e disturbante. Il regista fu chiamato dalla produzione statunitense e, a detta dello stesso Miike, gli era stata assicurata la piena libertà, ma ovviamente, la puntata fu censurata. Pensate che non andò nemmeno in onda ma venne distribuita solo in Homevideo. In realtà il nostro Miike ci ha abituati con tutt’altro disagio e un abituè del cinema di questo autore non si dovrebbe stupire della cattiveria proposta in questo mediometraggio.

Quello che mi chiedo è, i produttori lo conoscevano Miike o si sono fidati per simpatia? Cosa si aspettavano dall’autore di Visitor Q? Stendiamo un velo pietoso e andiamo avanti.

La storia è liberamente ispirata dal racconto Bokkee, Kyotee di Shimako Iwai, che qui interpreta la cattivissima matriarca torturatrice. 


Imprint spinge notevolmente con lo shock visivo, costruendo la narrazione intorno al solito amore malato alla Miike, e rimanendo costantemente in un limbo tra realtà e menzogna. Nonostante la lontananza dalla profondità narrativa dei soliti film di Miike, la sua poetica qui è sicuramente riconoscibile.

Il regista riesce a comporre ogni inquadratura come un quadro, talvolta malsano e sempre con un estetizzazione incredibile. In tutto ciò inserisce alcuni elementi riconducibili al mondo dei manga, creando così un miscuglio tra il periodo feudale e la cultura pop giapponese.

Sicuramente lo scopo era quello di accontentare il pubblico occidentale senza proporre un qualcosa di troppo tipico, infatti la narrazione ha sì molteplici piani, ma tende a seguire uno sviluppo abbastanza quadrato, insomma quello che voglio dire è che non siamo di certo di fronte a Gozu, ma ad un prodotto studiato per il mercato occidentale.


Nonostante questo, Miike inserisce comunque un finale con diverse chiavi di lettura, poetico e ambiguo, tipico del suo cinema.

Questo potrebbe essere un buon inizio per chi è interessato ad addentrarsi nella filmografia di questo prolifico Autore, che dal 1991 ad oggi ha superato i 100 film realizzati. Takashi Miike è sicuramente un uomo che vive di cinema e che io reputo uno di quei registi d’avanguardia.

Imprint dunque risulta essere un lavoro minore forse, ma comunque un’opera incredibile e sicuramente una delle migliori puntate della serie insieme a Cigarette Burns di John Carpenter e a Homecoming di Joe Dante.

Buona visione,






Trailer




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