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L'Isola dei Cani


Regia: Wes Anderson

People today have forgotten they're really just a part of nature. Yet, they destroy the nature on which our lives depend. They always think they can make something better.”

Era il 23 Marzo del 1910 quando a Tokyo, un bambino di nome Akira, vide per la prima volta la luce del sole. 

Questo bambino nato in una famiglia di nobili samurai fu destinato, ben presto, a diventare uno dei registi più influenti ed importanti di tutto il panorama cinematografico del novecento, portando alla ribalta il cinema giapponese con capolavori come Rashomon (1950) e I Sette Samurai (1954).

L’influenza stilistica e culturale delle pellicole di Kurosawa è tutt’ora così potente da imprimere la sua impronta anche su opere di registi affermati del cinema degli anni 2000. Uno di degli ultimi ad attingere alla mente geniale di Akira è un certo Wes Anderson, conosciuto ai più per quel piccolo gioiello di Grand Hotel Budapest, ma che in questo caso ritorna a dirigere un film d’animazione dopo Fantastic Mr. Fox, uscito nell’ormai lontano 2009, e (c’è da dirlo) non da tutti apprezzato come avrebbe meritato.

L’Isola Dei Cani (Isle Of Dogs il titolo originale) prodotto dalla Fox, è il nuovo film del regista statunitense, che “riscopre”, dopo la parentesi Moonrise Kingdom/Grand Hotel Budapest, l’animazione in stop motion o se preferite l’italico: “a passo uno”.

Parto col dire che sono estremamente di parte su questo punto, in quanto adoro la tecnica dello stop motion, soprattutto se sfruttata in maniera ottimale. E di registi e non, che in questo secolo hanno portato qualcosa di interessante usando questa tecnica specifica, c’è senza dubbio Wes Anderson.

La pellicola è ambientata in un futuro prossimo dove una epidemia sta colpendo la popolazione canina della città giapponese di Megasaki. Si decide quindi di “esiliare” tutti i cani (infetti e non) in una gigantesca isola-discarica, per paura che l’epidemia possa varcare il confine interspecie e iniziare a mietere vittime tra gli umani. Atari, padrone del primo cane esiliato, decide per questo di intraprendere un viaggio per ritrovare il suo amato “Spots” (a cui presta la voce Liev Schreiber), aiutato a sua volta da altri cinque cani: Duke (Jeff Goldblum), Boss (Bill Murray), King (Bob Balaban), Rex (Edward Norton) e il randagio Chief (Bryan Cranston).


Isle Of Dogs non è altro che una moderna odissea giapponese che si snoda tra i tipici “kanji” e dei paesaggi desolati e malinconici, frutto di una visione senza dubbio estremamente pessimistica da parte di Anderson. Non a caso qua l’uomo, o per meglio dire, l’adulto viene ritratto impietosamente come il vero male, e il pericolo è che non se ne avvede, non sa neanche lui perché lo fa e per cosa lo fa. In questo senso è a dir poco geniale il paragone che ci propina Anderson, tra l’uomo stesso e il cane. È infatti una delle frasi pronunciate da Chief a esplicitare questo audace confronto: 

Ho morso la mano del bambino, quel giorno. Senza sapere perché l’ho fatto. Perché l’ho fatto?

Isle Of Dogs è realmente visionario. Capovolge i punti di vista, e consecutivamente cambiano anche i ruoli. Il cane si comporta come un uomo e noi lo capiamo. Ma anche l’uomo si comporta da cane, parla una lingua straniera, e non lo capiamo, ed è il suo comportamento sconsiderato a riversarsi non solo su se stesso, anche sulla natura, sull’ambiente, sugli animali. La piccola riflessione a inizio recensione, che collega intrinsecamente uomo e natura, proprio di Kurosawa, è un messaggio/ammonimento all’umanità, ed è secondo me perfetto per spiegare anche ciò che Anderson stesso cerca di far trasparire nella sua pellicola. 


Interessante anche da mettere in evidenza come, L’Isola Dei Cani, non è un dramma pessimistico nella sua totalità, anzi. Il vero protagonista dei minuti finali è la rivalsa, il cambiamento che può essere ancora attuato. Un cambiamento che prende forma dal più importante dei dogmi della società giapponese, che sorpassa la barriera della morte: l’onore. Non tutto è perduto, sembra urlare Atari, in una lingua che per noi sembra incomprensibile. Ed ha ragione.

E l’unica via per un mondo migliore, come succede nei classici racconti fiabeschi, risiede nei bambini, le nuove generazioni, che hanno ereditato dai genitori un mondo governato dal pericolo dell’inquinamento e delle radiazioni (e qua si chiama in causa anche il primo Godzilla di Ishirō Honda). Un mondo dove, seguendo proprio il piccolo monologo di Nutmeg (una delle cagnolino del film), anche dare alla luce un bambino, significa condannarlo volontariamente a morte.

Isle Of Dogs è una piccola perla, che cerca di farci aprire gli occhi su problemi che sembrano banali, ma che sotto sotto non lo sono per niente, perché li sottovalutiamo. Oltre a questo, L’Isola Dei Cani rimane una visivamente affascinante pellicola, che ci accompagna, senza sbavature o inutili virtuosismi, in una odissea moderna densa di emozioni, contornata da una colonna sonora d’eccezione e impregnata da una sempre elegante e mai ostentata cultura giapponese, che ci lascia sognare ad occhi aperti.

Isle Of Dogs candidato all’Oscar come miglior film d’animazione, per il prossimo anno? Ci spero, Anderson se lo merita. E mi piace pensare che se Akira avesse potuto vedere questo film, avrebbe senza dubbio apprezzato. Quello che posso fare ora, è applaudire, con rinnovato ottimismo verso il cinema d’animazione, e verso questa piccola perla di cinema. Magia.

Giudizio complessivo: 8.9
Buona visione,





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