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Chi Perde Paga


Regia: Stephen KIng


Dopo l’avvincente Mr Mercedes, ecco qui Chi Perde Paga, secondo episodio della trilogia che ha come protagonista l’Assassino sulla Berlina grigia che in realtà, pur riproponendo molti dei personaggi visti nel precedente romanzo, va a narrare un’altra storia, salvo poi ricollegarsi sul finale a quanto narrato nel primo capitolo, offrendo così lo spunto per catapultarci sul successivo Fine Turno.

Il genere si rifà a quanto letto in precedenza, dando seguito alla parziale svolta poliziesca del Maestro Stephen King che pure qui non sbaglia anche se, soprattutto nella prima fase il libro non risulta particolarmente scorrevole (fatta eccezione per le prime pagine in cui si compie il crimine ai danni dello scrittore, da cui poi si originerà tutta la faccenda).

Ma quando poi King inserisce il turbo, le pagine volano via tutte di un fiato e nelle fasi finali non riesci veramente a smettere di leggere, grazie ad un intrigo di vicende (narrate alternando sempre sapientemente le diverse epoche in cui vengono a svolgersi) che non lascia tranquilli manco per un istante.

Lo stile resta sempre lo stesso, con le solite piccole anticipazioni che fanno capolino qui e là e che ti costringono ad andare avanti di un capitolo anche se già avevi deciso che quello era l’ultimo (“Il padre uscì dalla stanza con un passo normale. Tina non si sarebbe mai scordata neppure quello, perché non l’avrebbe mai più visto camminare così”). Un esempio questo che ci fa capire quanto ormai sia caratteristico il modo di scrivere di King, poiché solo leggendo quella frase, senza sapere di cosa si tratti, è immediato pensare che l’autore sia lui.

E poi, anche se di poliziesco-thriller si tratta, non dobbiamo scordarci svariati particolari violenti e tendenti allo splatter nudo e crudo, che non stonano affatto e che anzi, aggiungono pepe alla vicenda, come quando il cervello dello scrittore ucciso all’inizio “si stava asciugando sulla tappezzeria” e l’assassino “si sarebbe aspettato un po’ di sangue e un buco in mezzo agli occhi, non quello spruzzo smisurato di carne e schegge d’osso”. Oppure quando Morris “si accorse che la testa di Curtis non c’era più, beh non proprio, era solo spiaccicata al suolo”, o quando Andrew Halliday “dorme il grande sonno in una pozza di sangue coagulato, attirando le mosche”. Ma pure tutta la lotta nel negozio tra Morris e lo stesso Halliday non si risparmia in quanto a brutalità.

Le varie storie che, come dicevo prima, vanno a ricollegarsi nella parte finale, si alternano molto bene e offrono lo spunto per puntualizzare sulla solita grande caratterizzazione dei personaggi, in particolare di quelli “nuovi”, come il furioso Morris e il giovane Sauber; in alcuni casi sembra proprio di essere con loro, addirittura di sudare con il ragazzo mentre sposta i taccuini o mentre cerca argomenti validi per fronteggiare il suo interlocutore al negozio.

In definitiva, ritengo questo lavoro estremamente valido, lievemente inferiore a Mr Mercedes, ma sempre assai godibile.

Giudizio complessivo: 7.5
Buona lettura,






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