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Yoga Hosers


Regia: Kevin Smith

È chiaro che da Kevin Smith ci si può attendere di tutto e solitamente quel “di tutto” era (fino ad oggi) sintomo di qualcosa di interessante, come abbiamo potuto notare in lavori molto validi del calibro di Clerks, Dogma e Red State per esempio.

Ma pure in Tusk si erano viste idee folli, malate, geniali e grottesche, che in un certo senso speravo di trovare qui ancor più amplificate (almeno leggendo la trama, l’idea che ti fai è quella), rimanendo tuttavia decisamente deluso.

Citavo appunto Tusk, perché quel film non era che il primo capitolo della cosiddetta True North Trilogy, seguito dall’odierno Yoga Hosers, a sua volta trampolino di lancio per il prossimo Moose Jaws (il titolo promette bene), che speriamo essere sui livelli dello Smith che conoscevamo fino ad oggi.

L’idea della trilogia deve essere un progetto sul quale il regista punta molto e qui troviamo parecchi riferimenti col suo predecessore, senza escludere oltretutto una citazione letterale di zanne e trichechi piuttosto pronunciata.


Tra i vari personaggi troviamo infatti quel Guy Lapointe che già si era palesato in Tusk, lasciandomi decisamente perplesso allora e confermando i sospetti pure qui. Strano che J.Depp si sia fatto trascinare in un soggetto che non gli rende affatto giustizia, probabilmente sarà amico del regista che in cambio della sua partecipazione ha promesso di lanciare la sua giovane figlia (tale Lily-Rose Depp, molto carina e vorrei vedere con due genitori così) promuovendola protagonista assoluta della faccenda insieme all’amica interpretata guarda caso da Harley Queen Smith (figlia del regista). Insomma tutto in famiglia e spese per il cast ridotte all’essenziale. 


Nel complesso le due non se la cavano malaccio, riuscendo a risultare piuttosto simpatiche, anche nei comportamenti più “caricaturizzati”, quali per esempio la dipendenza da smartphone, ma tra tutti il personaggio migliore (seppur poco sfruttato) resta il mitico e paradossalmente schizzato insegnante di yoga, interpretato da quel Justing Long che in Tusk non se la passava piuttosto bene, ma che pure lì aveva fornito una prestazione di livello.


Pure il batterista della band non delude, girando sin da subito il film verso lo spirito cazzarone spinto, aiutato da alcune belle trovate (vedi per esempio le presentazioni “instagrammate” dei personaggi).

Per i primi 45 minuti succede poco o nulla, sembra più una semplice commediuola teen, la cui comprensione, specialmente nelle espressioni più gergali, mi è risultata a volte non semplicissima causa mancanza di sub. Ita. Nonostante ciò non definirei i dialoghi esattamente tarantiniani, lasciandomi lievemente perplesso sull’indirizzo che vuol prendere il regista.

E poi finalmente compaiono loro…i protagonisti assoluti della vicenda, i Bratzis (e cioè TEMIBILI SALSICCE CON SEMBIANZE NAZISTE, CHE SI INSINUANO LA’ DOVE NON BATTE IL SOLE PER POI FUORIUSCIRE DALLA BOCCA AL GRIDO DI “WUNDERBAR”).


Si avete capito bene è esattamente come ho appena scritto e l’idea in se è assolutamente grandiosa per un cazzaro come il sottoscritto, ma ben presto cominciano a risultare grottescamente forzati, non riuscendo del tutto nell’intento comico voluto e in questo non si può dire che siano stati aiutati da una realizzazione propriamente da Oscar.


Neppure la storia del nazi ibernato convince e vabbè che in film del genere non si deve guardare la trama, ma se pure l’aspetto comico, il cast e gli effetti convincono poco o nulla (si poteva almeno puntare su uno splatter demenziale sullo stile di Brainded), la baracca fa presto a crollare.

Potrebbe al massimo funzionare come semplice entertainment, ma da uno come Kevin Smith ci aspetta decisamente di più…diciamo pure che Tusk era un’altra cosa e speriamo che la chiusura della trilogia sia decisamente migliore.

Giudizio complessivo: 4.8
Infelice visione,






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