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The Untold Story



Regia: Herman Yau

Quando finalmente son riuscito, dopo una lunga caccia, a mettere le mani su questo lavoro, l’emozione era stata piuttosto forte, dal momento che avevo una mezza idea di ciò che stavo per andare a vedere, e cioè uno dei film più folli, malati, sporchi, fuori di testa, cattivi, estremi, disgustosi, mai banali, violenti e chi più ne ha più ne metta.

E già perché questo The Untold Story, directly from Hong Kong è esattamente tutto questo, senza esagerare troppo e chiunque abbia avuto il piacere di visionarlo non potrà di certo negarlo. Le premesse d’altronde non potevano che indirizzare in questa direzione, visto che il regista è tale Herman Yau, che a molti non dirà un emerita mazza, ma che ad altri pochi fortunati farà tornare in mente l’ottimo Ebola Syndrome, girato 3 anni dopo il film presentato oggi e con le stesse fortune (almeno per conto mio). La filmografia però non si ferma qui e se qualcuno la avesse maggiormente approfondita o intenderà farlo in futuro me lo faccia sapere.

In ogni caso, dimenticate tutti i serial killer visti sul piccolo e grande schermo, anche i più terribili, perché quello che si rende protagonista delle vicende narrate oggi, credo non abbia eguali e ritengo che sia difficilmente raggiungibile in quanto a spietatezza (si dice???) ed efferatezza dei crimini.

A rendere possibile tutto ciò e a rendere ancor più grandiosa la figura di questo Wong Chi Hang (o come diavolo si chiama) ci pensa uno straordinario Anthony Wong (che guarda caso ritroveremo pure nel sopra citato Ebola Syndrome) che veramente qui si supera e regala una prestazione da Oscar. E poi, diciamocela tutta, come fa gli involtini lui non ce ne sono molti sulla piazza (roba che se Hannibal Lecter passasse da lì, rischierebbe l’indigestione).


E ciò che dico viene confermato dal sentimento che ad un certo punto si viene a provare per lui, quando i ruoli si ribaltano; non dico che si arrivi a fare esattamente il tifo per lui, ma sicuramente una certa compassione mista a pena è evidente che non mancherà.

Le scene mitiche sono molteplici, a volte persino un po’ troppo esagerate e fuori dalle righe, ma non si può dimenticarle in fretta, grazie anche ad un uso ed abuso di splatter che soddisferà persino i palati più fini (in senso figurato, non pensate male maledetti!) e gli stomaci più forti. Non voglio citarle tutte, ma il taglio delle vene sul secchio ed il massacro della famiglia resteranno impresse a lungo e solo a pensarci sento un certo dolore ancora oggi. E proprio per questo che, provocatoriamente, mi viene da pensare che si sarebbe maggiormente pigiare l’acceleratore, osando di più durante le fasi di reclutamento degli ingredienti utilizzati per cucinare la portata principale del ristorante stellato.

Un’altra carta vincente è stata poi l’abilità nel conciliare tutte queste scene piuttosto estreme (anche se nel panorama cinematografico c’è molto di peggio) con alcuni siparietti humor (molto nero in realtà) che non guastano affatto e consentono di introdurre gli antagonisti del nostro eroe, quei poliziotti pigri e svogliati che ribaltano la situazione come detto in precedenza, capovolgendo così i ruoli in breve tempo. Tra di essi in particolare spicca la figura del mitico Ispettore Lee.


Certo è che dopo un po’ inizia a stancare, causa rallentamento centrale e cast di contorno non esattamente ottimo, ma un finale aghhiacciante, in linea con tutto il film, non può che portare ad una promozione a pieni voti, nonostante non sia stato e probabilmente mai sarà distribuito qui da noi.

Consigliatissimo ai fan del cinema estremo orientale, stando all’occhio alle versioni censurate che si trovano in giro.

Giudizio complessivo: 7.8
Enjoy,





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