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Surviving Life


Regia: Jan Svankmajer

Ultima pellicola (al momento) del regista Ceco Svankmajer, lavoro diverso dai precedenti, forse troppo.

Il film, così come fatto per Sileni si apre con il regista stesso che racconta allo spettatore il senso, a grandi linee, del suo film ed il perché abbia deciso di utilizzare una tecnica così particolare (sulla quale tornerò più avanti).
Finito questo piccolo monologo inizia il film vero e proprio, che vedrà come protagonista Evzen, un uomo di mezza età che una notte farà un sogno fantastico, nel quale incontra una donna bellissima della quale subito si innamora. Cerca così di tornare in ogni modo possibile a quel sogno, un modo per evadere dalla grigia vita sentimentale e dal lavoro come impiegato in un azienda non meglio specificata.



Riuscirà a sognarla di nuovo, più volte, ma questa misteriosa donna non è ciò che sembra ed Evzen, con l’aiuto di una psichiatra, riuscirà a far luce sul mistero, evidenziando come questa donna sia molto più importante per Evzen di quanto lui stesso immagini.



La prima cosa che salta all’occhio in questo film è di sicuro lo stile adottato per svolgere le riprese. Come detto nell’introduzione alla pellicola, il film è stato girato in parte con attori in carne ed ossa ed in parte utilizzando solo delle loro foto animate come se fossero un collage, così da risparmiare sul salario degli attori stessi e permettendo di girare tutto in studio. Per tutto il film infatti, indipendentemente se in quella scena ci siano attori o “collage”, lo sfondo sarà una foto in bianco e nero che evoca un posto particolare, sia questo una casa, una stazione o un palazzo. Le uniche figure colorate sono quindi i protagonisti e gli eventuali oggetti in scena tenuti in mano, creando un effetto abbastanza strano che, a lungo andare, risulta forse ripetitivo e quasi fastidioso.


Nonostante questo, resta comunque un film piuttosto interessante nel quale la stop motion non è stata affatto abbandonata ma piuttosto mutata in una forma più vicina al collage fotografico e più lontana dagli omini in argilla della prime opere. Vedremo animarsi, oltre ai personaggi protagonisti, animali antropomorfi, frutta, uova ed i quadri di Jung e Freud che si picchieranno di santa ragione per tutto il tempo.


Rispetto alle prime opere lo stile narrativo è molto diverso, lasciando i dialoghi oscuri in favore di dialoghi più tradizionali e comprensibili, che non ci faranno mai perdere il filo del discorso e ci permetteranno di seguire la trama senza troppe difficoltà.
Amarezza invece per la scelta di abbandonare in larga parte le ambientazioni fatiscenti e decadenti alle quali ci aveva abituato fin dai primi lavori e forse questa è stata la delusione più grande nel vedere questo film.

D’altro canto, va detto che proprio la trama per come è strutturata riesce a tenere viva l’attenzione e riesce addirittura a regalare un colpo di scena finale non male, una degna conclusione di una trama tanto assurda quanto verosimile, nella testa matta di Evzen.

Un film diverso quindi, forse troppo lontano dall'idea di cinema alla quale il regista ci aveva abituato e che, purtroppo, mi ha in parte deluso. Consigliato a coloro che vogliono gustarsi un opera surrealista e divertente, una commedia sulla psicologia che riesce a far riflettere ed intrattenere in attesa di Insects, l'ultimo film nella carriera del cineasta previsto per il prossimo anno.


Giudizio complessivo: 7

Buona Visione,


Stefano Gandelli




Trailer



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