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Una Questione Privata



di Beppe Fenoglio


Su Fenoglio e sui suoi racconti e romanzi potrei quasi lanciarmi in una recensione futurista, che direbbe pressappoco così: 'Guerra. Pioggia. Freddo. Fango. Nebbia. Fame. Fatica. Paura.'

Una Questione Privata non fa eccezione, e in esso troviamo tutti gli elementi citati. Con il suo consueto stile, essenziale ma molto studiato, Fenoglio trasporta una dimensione del tutto personale nell’incubo della guerra partigiana, ambientandola nello scenario che gli è più congeniale, quello di Alba e dei suoi dintorni.

Il partigiano Milton, protagonista del romanzo e alter-ego di Fenoglio, viene a sapere che Fulvia, la ragazza che non ha più visto dall’inizio della guerra e di cui è tuttora innamorato, ha avuto in passato una probabile relazione con il comune amico Giorgio, anche lui partigiano, ma in un’altra brigata. Sconvolto dalla notizia, Milton tenta di rintracciare Giorgio per chiedergli se quanto ha saputo corrisponda a verità, ma scopre che è stato catturato dai fascisti. Per Milton inizia quindi un crescendo di avventure sempre più rischiose, nel tentativo di liberare l’amico dalla prigionia e se stesso dal dubbio che lo consuma ossessivamente.

Un romanzo breve, forse incompiuto, anche se personalmente considero le ultime pagine talmente forti che non saprei immaginare un finale migliore: una storia che è tutta una ricerca, sempre più angosciante e pericolosa, in una corsa disperata contro il tempo, e che viene troncata improvvisamente, dopo che il pericolo e l’angoscia sono giunti al loro culmine. L’ho trovato veramente molto bello.

A parte il piacere di leggere pagine scritte con uno stile che apprezzo davvero molto, devo a Fenoglio l’enorme merito di aver ricomposto il dramma interiore che ho provato (e credo non solo io) nel passare dall’infanzia, in cui gli eroi, compresi ovviamente i partigiani, erano tutti giovani e belli, a quel momento in cui i colori vividi e perfetti del mito che avevi dipinto nella tua testa iniziano a sbiadire, perché inizi a leggere o a sentire che non tutti i partigiani si sono sempre comportati irreprensibilmente, e non sai più come rapportarti a questi, che da eroi sono diventati improvvisamente uomini, con i loro difetti, le loro paure, la loro rabbia. 


Ed è proprio in questo modo che Fenoglio li racconta. Demitizza la Resistenza scomponendola nei singoli uomini che l’hanno composta, ed allo stesso tempo, senza retorica né enfasi, te la descrive come, per dirla alla Brecht, indispensabile nel suo complesso. Ed alla fine la senti ancora più vicina, non più eroica come una saga epica ma più umana: gente comune (buoni e stronzi, vigliacchi e coraggiosi) che un giorno, per i motivi più disparati, si è trovata al freddo tra le colline con uno sten in mano ed ha contribuito in modo essenziale alla nostra storia, e la comprendi ed interiorizzi totalmente.


E forse questo lo spiega molto meglio di me Stefano Benni in Saltatempo:

'Ti ricordi – disse l’albero - quando avevi scoperto che il nonno di Fulisca era stato ammazzato dai partigiani, e venisti da me confuso? Ricordi cosa ti dissi?'

'Sì, Querciabaruch – risposi io - mi dicesti: ringrazia ogni giorno in cui puoi svegliarti in pace, senza dover dividere il mondo in amici e nemici.'

'E poi?'

'Poi non ricordo…'

'Poi ti dissi: perché a molti è capitato di svegliarsi quel giorno, il giorno di combattere. Non è un bel risveglio, è un risveglio doloroso e crudele. Quel giorno non chiedere agli altri chi sei, gli amici diranno che sei un eroe, gli altri che sei un assassino. Solo tu puoi saperlo, e pagherai ogni ora di questa tua decisione. Solo dopo molto tempo potrai vedere se hai aggiunto dolore al mondo o lo hai aiutato a guarire, se hai fatto crescere più vita di quella che hai spento. Questo si chiama responsabilità.'



Iliana Pastorino




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