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47 Metri


Regia: Johannes Roberts

Buon film di intrattenimento, che va ben oltre le aspettative e che ci regala alcuni spunti interessanti.

Partiamo col presupposto che il tema degli squali mi ha sempre affascinato, a partire dal Jaws di Spielberg (inchiniamoci perché da qui è partito tutto ciò che da quel giorno ha invaso i nostri schermi quando comincia ad essere primavera inoltrata), fino ad arrivare all’ottimo The Shallows visto recentemente, senza scordare quel Tintorera di cui ancora vado cercando la versione uncut. E poi vabbè ci sarebbero pure gli eccellenti Sharknado, che meriterebbero però un discorso a parte che però non sto manco ad iniziare, onde evitare che Zio Steven mi quereli per diffamazione.

Detto ciò, l’interesse per questo 47 Metri si fa notevole sin da subito, lasciando però aperto quello spiraglio che all’inizio suggerisce di non avere aspettative troppo alte perché, come nel caso dei film sugli zombies (concetto in quel caso ancor più esasperato ed estremizzato), essendosene visti più di uno, non è semplice tirar fuori qualcosa di originale e coinvolgente, senza cadere nel già visto o nel banale/noioso.

Le protagoniste sono fighe e questo già è un buon punto di partenza, anche se poi tale peculiarità non viene sfruttata al massimo delle possibilità (e forse ci sta pure come scelta), ma su di loro non vi è un sufficiente approfondimento che avrebbe potuto portare senz’altro ad una migliore caratterizzazione di due personaggi sui quali, viste le condizioni in cui si troveranno ad agire, si sarebbe potuto giocare meglio in merito a reazioni e comportamenti.


I paesaggi sono intriganti, soprattutto nella fase iniziale e stimolano sicuramente la voglia di gettarsi in acqua. Quel che è chiaro però (almeno a me) è che per infilarmi in quella gabbia mi devi dare almeno dieci mescal con altrettanti vermi e forse pure non bastano a convincermi ad entrare. Ma qui siamo in un film e ovviamente le cose vanno diversamente.


Il pregio maggiore di questo lavoro è che sa trasmettere grande inquietudine, soprattutto per chi come me ha preso il brevetto e sa quanto è facile fare minchiate già solo che in una piscina (un incubo togliersi la maschera, passare bombole e GAV al compagno ecc ecc). Figuriamoci quindi ripetere quelle operazioni in fondo all’oceano, a 47 metri di profondità e con squali famelici che gironzolano lì attorno.

La gabbia poi dà quel senso di claustrofobia che viene amplificato dal fatto che paradossalmente proprio quello parrebbe essere il luogo più sicuro, ma dal quale via via cominciano a manifestarsi pericoli, forse apparentemente meno temibili degli squali, ma che potrebbero risultare letali allo stesso livello. 


Non stupisce infatti che proprio da una probabile narcosi d’azoto si origini la sequenza migliore di tutto il film che, se avesse avuto un seguito più drammatico, si sarebbe forse catapultato ben più in alto nella classifica. Ma proprio quando si pensa a questi inconvenienti o alle possibili malattie da decompressione in cui le ragazze potrebbero incorrere da un momento all’altro, ecco che ritornano i nostri amici selaciformi, che ci ricordano di essere loro la minaccia peggiore, aiutati sicuramente da una realizzazione convincente e da effetti ben congegnati.


Certo, è chiaro che ci sono delle forzature ed è ovvio che sia così perché la logica non consentirebbe ampi spazi di manovra in una simile situazione (però cazz. la frequenza di consumo dell’aria si sarebbe potuta giostrare con un po’ più di attenzione, almeno questo). Sarebbe difficile infatti gestire l’emergenza per un sub professionista, figuriamoci per una che non sa manco cosa sia un GAV, ma vabbè pazienza.

Detto ciò, il film non annoia e ti costringe a stare nei pressi dello schermo quasi per l’intera durata, per cui in fin dei conti, visto l’obiettivo primario della pellicola, si può parlare di missione compiuta.

Giudizio complessivo: 7
Enjoy,





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