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Annabelle


Regia: John Leonetti

Dunque partiamo col ricordare, per i più disattenti, che questo Annabelle è un cosiddetto spin-off del primo Conjuring, film durante il quale fa la prima comparsa la bambola protagonista di questa vicenda.

Non sto a ripetere tutti i passaggi che vedono la cricca di James Wan alternarsi nei ruoli di scenografi, registi e produttori, perché già ho affrontato la faccenda in Dead Silence (andate a darci un’occhiata se volete ripassare) e mi limito a ricordare che stavolta il regista designato dal Wan Produttore per questa storia è il sig. John Leonetti, che già si era distinto come direttore della fotografia in molti dei lavori del regista Australiano/Malese.

Il tema centrale? Manco a dirlo sono le bambole, collezionate questa volta dalla povera mogliettina incinta, che presto vedrà trasformarsi l’euforia per il regalo ricevuto in un incubo che sembra davvero non avere fine (una fine quantomeno sostenibile, per lei ovviamente).


Tra tutte quelle viste e riviste (e non me ne vogliano a male i vari Chucky, Billy, Stuart Gordon & C.), questa è senza alcun dubbio la mia preferita. La sua espressione mi ha sempre entusiasmato, con quella fierezza mista a dolcezza che la fa ergere a protagonista anche dove di fatto non lo è (mi riferisco per esempio al film Conjuring, dove il ricordo di lei alla fine non può non risultare ingombrante nella mente dello spettatore).

L’ambientazione, come vuole la tradizione, rimanda sempre agli anni ’70, con quello stile retrò che, dopo l’inizio, serve a spiegare l’origine della maledizione venutasi a creare intorno alla nostra Annabelle.

Il film in realtà non decolla subito, a differenza di quanto visto nei suoi illustri colleghi citati precedentemente, e pure i vari “Andrà tutto bene” cominciano a farsi un po’ troppo fastidiosi, contribuendo però ben presto ad aumentare la convinzione che da lì a poco succederà qualcosa di non esattamente idilliaco ai due sposini, tanto da far passare l’aggressione ad opera dei due folli in secondo piano.


Quel che è certo però è che, nonostante sapienti primi piani dedicati alla bambola, ad un certo punto inizia quasi a stufare un po’ e viene parzialmente salvato da una convincente Annabelle (toh che coincidenza) Wallis che, causa latitanza degli altri, si deve ad un certo punto caricare il film sulle spalle e, devo dire, fa la sua sporca figura, rendendosi protagonista di alcune buone scene (su tutte quella dell’ascensore, davvero pregevole).

Ma a differenza, per esempio, dei Conjuring il fattore horror e spavento qui non sono resi altrettanto bene; detto in soldoni rarissime volte si percepisce quella tensione che, magari con l’aggiunta di qualche guizzo in più, avrebbe potuto aggiungere valore al lavoro.

Se poi da un lato, il collegamento tra la bambola e il male non è reso in maniera chiarissima, la parte finale nella casa risulta invece vincente, anche se in realtà l’epilogo era chiaramente prevedibile nello stesso momento in cui la nuova amica della protagonista aveva raccontato la sua storia, da dove si evinceva il terribile senso di colpa che l’avrebbe ben presto portata a compiere qualche gesto estremo.


Il giudizio positivo, di conseguenza, è tutto per il fascino della cara Annabelle (che poi in realtà non sarebbe corretto chiamare così, dal momento che la bambola non mi pare sia mai stata apostrofata in questo modo) che, pur essendo chiusa nell’armadio di Ed “Basettone” Warren e, nonostante venga benedetta da un sacerdote 2 volte al mese, come sottolineato alla fine, continuerà a fare danni, dato che a breve arriverà il sequel Annabelle 2 e soprattutto visto che “Il male non può essere distrutto” (come sostiene la nostra amica Lorraine Warren).


Detto ciò, mi sarei aspettato di più e, come detto in Lights Out, Wan produce, ma purtroppo non dirige, anche se qui il risultato è decisamente superiore.

Giudizio complessivo: 6.5
Enjoy,


Luca Rait



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