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La Pianista


Regia: Michael Haneke




Erika è una donna di mezza età che sta attraversando una crisi interiore. Nella vita si dedica all’insegnamento del pianoforte a giovani studenti di conservatorio e sporadicamente prende parte a concerti privati. Per quanto riguarda la sua vita privata, invece, non ha nessun uomo al suo fianco, soprattutto per colpa della madre ultra-possessiva che la tratta
come una bambina, sviluppando così in Erika un comportamento antisociale, chiuso e perverso. Tutto cambierà (e peggiorerà drasticamente) con Walter, un giovane studente che si innamorerà perdutamente della sua professoressa, facendo così iniziare un impossibile storia d’amore malata e violenta.

Il motore che fa girare la storia è formato da due parti complementari: violenza e musica classica. Già Kubrick ci aveva dato una prova di come questi due elementi potessero coesistere e supportarsi a vicenda in Arancia Meccanica ma, questa volta, la pellicola punta molto di più sull’aspetto psicologico della protagonista rispetto alla critica sociale. Il film infatti è una cupa discesa nella mente di una donna instabile, una donna che all’inizio sembra solo stanca ma, con lo scorrere dei minuti, ci farà vedere il suo lato più oscuro e perverso.

Uso la parola “perverso” non a caso, infatti Erika in diverse occasioni ci farà vedere (in modo esplicito) alcune delle sue parafilie e grazie a questo riusciremo a prendere parte al suo disagio e alla sua sofferenza.


Per quanto riguarda la colonna sonora, è presente un’ottima varietà di brani di musica classica, specialmente di Schumann e Schubert, gli artisti preferiti di Erika. Il grande Haneke però dosa la musica con saggezza e la sentiremo solamente quando saranno i personaggi stessi a suonarla e, di conseguenza, saremo messi più volte di fronte a stacchi sonori molto bruschi ma terribilmente affascinanti.

Il film è caratterizzato poi da una freddezza quasi documentaristica, accentuata dall’uso in gran parte di luce naturale e di colori che tendono al grigio, specchio dell’anima di Erika incapace di provare emozioni vere. A questo si aggiungono movimenti di camera ridotti all’osso, con inquadrature spesso fisse e lunghe su un volto, una finestra, un edificio.

Il film quindi riesce a scandalizzare e a colpire grazie ad una regia davvero superba e a scene psicologicamente disturbanti, un lungo percorso attraverso la follia sessuale di Erika che, oppressa dalla madre e dalla società, è costretta alle forme di piacere più ignobili per riuscire a provare qualcosa.

Consiglio vivamente questo film a tutti coloro che amano il cinema audace, quello che prova ad infrangere i tabù della società attraverso una storia a tratti surreale, dal retrogusto in stile Funny Games.

Giudizio complessivo: 7.5
Buona Visione,

Stefano Gandelli



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