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Il Cigno Nero


Regia: Darren Aronofsky


Grandissimo film di Darren Aronofsky, che si può mettere tranquillamente sullo stesso livello di Requiem For A Dream (fatevi due conti pertanto), e che stacca di pochissime posizioni in classifica quel The Wrestler, dal quale il regista sembra aver preso ispirazione, per raccontarci quest’altra incredibile vicenda, che indubbiamente non verrà dimenticata molto in fretta.

E già perché il regista ci ha abituato, in particolar modo con i film che ho appena citato, a storie per nulla convenzionali, che riescono a catturare lo spettatore in maniera sublime, quasi facendolo immedesimare nei principali personaggi che, senza alcuna ombra di dubbio, possono essere considerati un vero valore aggiunto, incredibilmente funzionale alla riuscita di tutta la faccenda.

Era opportuno iniziare con questa doverosa premessa perché, proprio in questo film, tale considerazione vale (a mio parere) ancora di più che negli altri casi.

Natalie Portman, per la quale nutro un’ammirazione gigantesca già dai tempi in cui faceva impazzire il povero Jean Reno in Leon, sfodera infatti un’incredibile prestazione, probabilmente la migliore in carriera, e che non a caso le consegna direttamente l’Oscar 2011 come miglior attrice protagonista (potete applaudire prego). 


I suoi sguardi, le ansie che trasmette solo guardandola e la sua dolcezza nelle situazioni di maggior imbarazzo in cui viene a trovarsi, sono un qualcosa di incredibilmente coinvolgente, e resteranno impressi a lungo.

La ricerca della perfezione viene sviluppata in maniera eccellente, in questo gioco di contrapposizioni che ti intriga e ti confonde, tra cigno bianco e cigno nero, tra le insicurezze dell’instabile Nina e l’intraprendenza dell’esuberante Lily, che mi costringe a tirare in mezzo quella graziosa fanciulla di Mila Kunis, che in questo film provocherà inevitabili turbamenti al 99% del genere umano di sesso maschile (mi dispiace per quel povero 1%), ma non solo, visto anche cosa combinano le due rivali quando, per fortuna dello spettatore, si ritrovano da sole nella cameretta della protagonista (sì d’accordo che forse era tutta immaginazione ma chissenefrega).


Giusto per chiudere il discorso personaggi, concediamo pure una menzione al buon Vincent Cassel, che francamente non gradisco più di tanto, ma che qui non se la cava affatto male, pur rimanendo lontano dalle vette raggiunte in L’Odio qualche anno prima.

La regia è impeccabile ed è impossibile non notare come la macchina da presa sembra, in alcuni frangenti, far parte del balletto, muovendosi e danzando perfettamente al ritmo delle eccellenti musiche di accompagnamento, regalateci per l’occasione dal grande Clint Mansell.

Alcune scene sono davvero pregevoli, in particolare quando entrano in gioco le allucinazioni della Portman, a testimonianza di come a volte non servano incredibili effetti speciali o quant’altro per creare ansia e tensione; basta solo una ballerina un po’ problematica di danza classica e un maledetto genio del male, quale ha dimostrato di essere Aronofsky.


Il finale poi è qualcosa di emotivamente clamoroso; tutto il balletto serve meravigliosamente ad innalzare gradualmente un pathos che raggiunge l’apice nel salto conclusivo, che chiaramente rimanda a quello di Mickey Rourke in The Wrestler, ma che qui non lascia proprio nulla all’immaginazione. E per fortuna mi verrebbe da dire, perché quel “It was perfect” sussurrato da Nina obbliga tutti coloro che ancora erano seduti ad alzarsi ed applaudire per almeno 93 minuti (perfino uno in più di quelli meritati da Fantozzi).

Giudizio complessivo: 9.3
Se non l’avete ancora fatto, filate a vederlo…e subito.

Luca Rait



Trailer



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