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Cannibal Diner





Regia: Frank W. Montag


Cannibal Diner è un film di origine tedesca e, se dovessimo giudicarlo con una sola parola, quella più appropriata sarebbe: violento.

Violento, sia chiaro, non per le immagini visionate, per carità! Abbiamo visto cose che voi lettori non potreste nemmeno immaginare (o forse si…in effetti le recensiamo), ma violento perché è una violenza guardarlo.

Lo stupro inizia dopo i primi 10 minuti: in quei 10 minuti la pellicola potrebbe essere qualsiasi cosa, perfino un bel film, con una trama magari poco originale, ma

comunque un bel film. La decadenza inizia quando entra in scena il secondo gruppo di ragazze (sono tutte donne, a parte i “cannibali”) .

Ah, la trama: delle rincoglionite cercano un po’ di divertimento ed organizzano un campeggio in mezzo ai boschi; lì vicino una vecchia fabbrica di prodotti chimici ha sfornato una numerosa famigliola maltruccata di intossicati cannibali.

Ed iniziamo subito con le parentesi spiacevoli, ad esempio:

le inquadrature del culo delle ragazze hanno un loro senso una volta, la seconda e la terza è un po’ troppo, e notiamo con grande piacere che la regia (finissima) alla ragazza con le cosce belle fa mettere dei cortissimi shorts ed un giubbotto di pelle nero che solo a guardarlo ci vien caldo, mentre alla ragazza pettoruta maglietta aderente e push-up …e già, evviva le mezze stagioni.

Il giubbotto di “coscialunga” verrà smarrito nel corso di un paio di inquadrature: quando si incammina in un sentiero la ragazza ce l’ha, nell’inquadratura successiva è scomparso.

Ma facciamo un passo indietro: la pettoruta, dopo una breve sequenza che sembra uscita da uno spot per un auto (e magari lo è), ovviamente si perde nei sentieri di campagna ma, per sua fortuna, incontrerà un’ubriaca (che cazzo ci faceva lì?) che recita malissimo e che spiegherà a tutti noi (2) spettatori che:

lì vicino c’era una vecchia fabbrica e gli agenti chimici hanno fatto impazzire gli operai e bla bla bla... 


mentre l’ubriaca spiega, alla tettona rubano la macchina da sotto il naso, lasciandola a piedi sul sentiero; ad un tratto anche l’ubriaca scompare e la nostra eroina, dimenticatasi di avere la voce (potrebbe richiamare l’attenzione dell’ubriaca ma preferisce inveire dietro una macchina che si allontana), inizia sconfortata a camminare in direzione della già ultracitata fabbrica.


Ed ecco che arrivano coscialunga e “pippetta” che, non avendo trovato nessuno al campus (le donnine del campus erano già state sbranate nei primi 10 minuti di film), cercano la loro amica. La loro attenzione viene catturata da una mappa precedentemente gettata nel bosco dalla ragazza-poppa, raccattata da un’ignota mano con guanto e depositata stranamente sul ciglio della strada.

La cosciona recita, raccogliendo la mappa: “questa mappa è di Katie”

…e ci azzecca!!! Colpo di culo? C’era scritto su il nome? Il codice fiscale con dei cuoricini? Oppure è solo un film di merda?

Tra l’altro non si domandano neanche dove cazzo sia finita la macchina di Katie, ma la mappa l’han riconosciuta: è la sua di certo.

A quel punto inizia la ricerca dell’amica nel bosco, scompare la giacchetta nera, e sopraggiunge da copione la morte della scosciata.
Da notare: le bionde vengono preferite dalla classe operaia cannibale, tant’è che la bruna cosciona viene semplicemente sgozzata e legata ad un albero , le biondine verranno servite come primo col sugo e per secondo con contorno di patate.

Ma andiamo avanti.

Le scene clou inesistenti, il makeup veramente scarso (trucco blu-violaceo sul viso e vestiti sudici che sembra di stare su Pandora la domenica mattina dopo un lunghissimo rave-party notturno) e la regia che tenta invano di camuffare i goffi momenti di lotta fanno veramente tristezza.

Memorabili (!!!) le scene della ragazza, intrappolata nella fabbrica, che cerca una via di fuga negli scantinati (ma dove cazzo vai???), viene acchiappata, poi ritenta la fuga, viene inseguita con tanto di tentativo di stupro, quindi fa un semi-spogliarello per confondere l’operaio/avatar … insomma una cazzata allucinante con finale scontato, a cui non posso dedicare altro che questa recensione/sfogo.


Ma non mi sono dimenticato di te, caro il mio Frank W. Montag, regista dell’obbrobrio.

Te lo scrivo in italiano, ma vedrai che col traduttore di google percepirai comunque il significato:

“Ma vattene a fanculo!!!”



Ps: se ancora non fosse chiaro: sconsigliatissimo.




Trailer








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