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Calvaire


Regia: Fabrice Du Welz



Marc è un noto cantante solito a frequentare locali per anziani e ospizi e questo è ciò che lo rende felice. Fin dall’inizio possiamo vedere come il film cerchi di aprirci gli occhi sulla solitudine delle persone anziane, disposte a tutto pur di avere qualcuno con cui stare: una signora infatti si presenterà nel camerino di Marc e gli chiederà di concedersi a lui perché, a suo dire, lui l’aveva guardata durante l’esibizione.

Successivamente, il nostro cantante si metterà in viaggio per proseguire il suo tour ma gli si guasterà il furgone in mezzo alla foresta. Quello che potrebbe sembrare un banale cliché in realtà è solo un modo per far progredire la trama e non dà affatto fastidio. Solo e sperduto, incontra un signore con evidenti disturbi mentali alla ricerca del suo cane, il quale gli indicherà la trattoria di Bartel, e qui inizia l’incubo per il nostro protagonista.

Appena arrivato l’ex-comico Bartel si rivela disponibile e simpatico e disposto a chiamare un meccanico per sistemare al più presto il furgone. Le vere intenzioni però sono altre: sequestrare il cantante che, a dire di Bartel, è l’incarnazione della moglie morta Gloria.

L’iniziale accoglienza del padrone di casa si tramuta quindi in menzogne, ossessione e violenza. Il protagonista, dopo essere stato tramortito, verrà legato e costretto ad una serie infinita di umiliazioni (taglio dei capelli, vestirsi da donna) e violenze (botte, crocifissione).



La esplicita del film non è molta, le scene violente sono poche, ben fatte ma mai troppo spinte, in modo da non risultare finto. La vera violenza del film è psicologica, il potere di cancellare l’anima e la volontà di una persona qualsiasi ed innocente. Soffriremo con Marc, umiliato ed indifeso, costretto a subire mentre Bartel ride a crepapelle. Le risate infatti in questa pellicola (così come i versi degli animali) tagliano come le lame, ci sentiremo sporchi e colpevoli, complici di un boia che soffre “solamente” di solitudine, abbandonato a se stesso in una casa sperduta tra i boschi.

La location in questo film poi, non è trascurabile. Fin dall’inizio infatti Bartel fa intendere che vive isolato perché in città qualcosa non va. Lì vivono solo uomini, gente sola costretta a ricorrere alla zoofilia per provare piacere e che, appena scopre della vittima di Bartel, decide di sottrargliela per poter provare piacere vero con una donna (anche se la donna, in questo caso, è solo Marc travestito).

La pellicola quindi è una parabola sulla solitudine e, perché no, anche sulla necessità di avere accanto a noi una donna, un compagno, qualcuno che sappia farci vivere. Una storia d’amore macabra e cruda che potrebbe non piacere a tutti ma che saprà coinvolgere se presa nel verso giusto.


Giudizio complessivo: 7.7

Buona visione!

Stefano Gandelli




Trailer



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