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Hereditary


Regia: Ari Aster

Non è certo una novità.
Praticamente ogni anno la storiella si ripete, con un nuovo horror. Over and over again.

Se poi è il caso di un horror distribuito dalla A24, il risultato è ancora più prevedibile e banale.
Ricordiamo quindi Babadook nel 2014, il duo A24 The VVitch e Green Room nel 2015, The Neon Demon nel 2016 e The Killing Of A Sacred Deer con Mother! l’anno scorso.
Quest’anno, Hereditary.

E, aprendo una piccola parentesi, la cosa non sembrerebbe fermarsi qui, visto che le prossime uscite horror avranno il nome di Climax (altro acquisto della già troppo citata A24), The House That Jack Built e il remake di Suspiria.

Ritornando però all’aspetto ricorrente in ognuna di queste opere, che avevo accennato ad inizio recensione, possiamo notare che tutte quante hanno avuto in comune la peculiare capacità di spezzare in due il pubblico (e in misura minore la critica).
Quindi, detto questo, non dovrebbe stupire più di tanto che Hereditary abbia avuto lo stesso, tipico effetto da horror impegnato. O sbaglio?

E invece, come un jumpscare che riesci a prevedere ancora prima che accada ma ti fa comunque saltare dalla sedia (a me è successo, spero di non essere il solo), l’effetto Hereditary ha stupito. 
O almeno, le proporzioni hanno stupito.
Da un lato abbiamo “capolavoro”, “miglior horror degli ultimi 20 anni” e “nuovo cult” mentre dall’altro “film senza senso”, “cagata” e nei casi più estremi persino “horror con attori cani” (sfortunatamente l’ho letto davvero).
In mezzo, una marea di opinioni divergenti, tra l’apprezzamento tiepido e il “nulla di che”.



E qua è impossibile non stupirsi. Nessuno dei precedenti horror, che essi siano The Witch o Mother!, hanno avuto un così ampio e così estremo spettro di valutazioni.
E, nel suo piccolo, questo è già un segno che rivela quanto Hereditary (nel bene o nel male) sia stato sentito nel profondo e quanto verrà ricordato nella storia dell’horror degli anni 2000. Quello che alcuni già chiamano “Post-horror”.

Prima di avventurarci in critiche e elogi di qualunque tipo, devo prima obbligatoriamente mettere in chiaro una piccola cosa. Hereditary è un debutto registico, come Babadook e The Witch.
E anche questo ha influito in buona parte nella riuscita o meno della pellicola.

Gli errori principali dell’opera si posso infatti attribuire (in buona parte), ad una assenza di esperienza e/o immaturità di Ari Aster stesso. Giovanissimo, e senza dubbio con ancora molto da imparare. Le basi per diventare un grande regista che prima o poi sfornerà il capolavoro del secolo, ci sono già però.

Come diversi corti realizzati da Aster, anche il suo primo lungometraggio ha come soggetto principale la famiglia.


In questo caso, formata da mamma Collette, padre Byrne, figlio primogenito Wolff (per fortuna il fratello Alex e non Natt) e figlia Shapiro. E qui, anche chi ha odiato il film, non potrà che essere d’accordo sul fatto che il cast è, insieme alla regia, uno dei principali punti di forza di Hereditary.

Non è infatti troppo difficile adorare fin da subito le prestazioni attoriali di ognuno dei membri della famiglia, nessuno escluso, anche se buona parte di esse vengono oscurate dalla sontuosa, pazzesca e sorprendentemente prova di Toni Collette.

Non che l’attrice sia l’ultima arrivata nel panorama cinematografico americano, anzi, il suo curriculum infatti non sfigura per niente di fronte a quello di altre attrici più blasonate perché più fighe. Ma è finalmente in Hereditary che si mette in gioco in tutto e per tutto, e che finalmente riceve gli apprezzamenti che si merita.
Un vero mostro.

Come un mostro è Aster a dirigere il tutto, in fondo. I movimenti di camera sono stupefacenti e, a parte qualche virtuosismo stilistico, la regia è minimalista e semplice.

I motivi per vedere “Hereditary” non finiscono però certo qui.
La colonna sonora, la fotografia e sopratutto la scenografia e il paesaggio scelto per incorniciare l’opera, con una peculiare e ricorrente scelta del legno sia per la casa che il bosco circostante, sono perfette e funzionali all’opera. E in certi casi veri e propri protagonisti loro stessi delle vicende che avvengono alla famiglia Graham, trasportando l’opera in un paesaggio onirico e aulico, dove la paura primordiale si annida negli animi degli uomini, dall’alba dei tempi.

È proprio sfruttando ciò, che si arriva nella mezz’ora di film stremati e confusi, curiosi di sapere cosa accadrà ancora alla povera famigliola. Ed è proprio tra scene disturbanti, avvenimenti paranormali inspiegabili e visioni aberranti che l’opera raggiunge la sua inevitabile conclusione, in un finale che non è piaciuto a molti, ma che personalmente ho trovato eccezionale, metafisico, quasi teatrale, e che come concetto e messa in scena iniziale può sembrare tanto The Witch sotto mentite spoglie, ma non lo è.

È più vicino, sotto questo e altri punti, a Rosemary’s Baby (influenze polanskiane ce ne sono tante in tutta l’opera) e L’Esorcista, e in parte al Kill List di Wheatley per quanto riguarda la gestione delle atmosfere e dell’alone di surrealità che pervade Hereditary.

Dall’altra parte, parlando di cose che non vanno troppo bene, abbiamo la sceneggiatura, scritta proprio dal nostro caro Aster. Forse volutamente arzigogolata e confusa (probabilmente), ma che comunque non risulta facile da digerire, anche se si sta parlando di un horror della A24, e mette in testa allo spettatore troppe domande e troppo poche certezze.
Nonostante ciò, credo che questo sia praticamente il più evidente, se non unico, problema dell’opera.

In conclusione, Hereditary è un horror rischioso, le cui scene topiche percorrono la linea sottile che divide lo “spaventoso” da “ridicolo”, e sta al singolo spettatore decidere se recepire il film sotto una luce più che sull’altra. Ed è forse per questo che il film è stato sia amato che odiato in misura così simile.

Quindi, visionate a vostro rischio e pericolo, e se poi vi piacerà, ancora meglio...ne sarete senza dubbio estasiati. Forse con un po’ di riserbo, ma estasiati.

Giudizio complessivo: 8.5

Buona visione,




Trailer



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